La “Festa del Riso” è di tutta una grande famiglia, chiamata “parrocchia”!


Don Gigi e Don SistoVorrei osare quest’anno, chiedendo alla gente che legge queste pagine, di offrire una mia personale riflessione sulla Parrocchia. Lo so che è un tema apparentemente avulso da ciò che concerne l’argomento “Sagra”, ma se avete la pazienza di affrontare questa mia riflessione, forse,  concorderete con me sul fatto che questo appuntamento annuo non è un avvenimento casuale, è invece uno dei punti più importanti di un progetto più vasto. La “Festa del riso” rientra in questa visione più grande, che raccoglie la parrocchia intera intorno al progetto meraviglioso del “Bene”, del bene che deve crescere. La Sagra è una occasione unica di bene e quindi una opportunità speciale per leggere quello che sta dietro e che motiva lo sforzo di centinaia di persone.
La “Festa del riso” è di tutta una grande famiglia, chiamata “parrocchia”!

PARROCCHIA

Credo che la parrocchia prima di tutto sia una comunità di vita, dove le persone si trovano a proprio agio,  a casa, e tutti crescono in un ambiente di fiducia reciproca e di vera pace. Una famiglia di famiglie che ha solo lo scopo di tenere viva la fede nel Vangelo di Gesù, il tesoro prezioso gelosamente conservato, che però  deve diventare ricchezza per tutti.
Credo che per vivere la propria missione, la parrocchia non debba essere, come in passato, scuola di dottrina, ma scuola di vita. E’ nella vita quotidiana che il Vangelo deve diventare alimento per tutti: dal bambino all’anziano, dal ricco al povero, dalla persona cresciuta serenamente a quella piena di problematiche, dal credente al non credente, dal cristiano al non cristiano, da quello che vive in una famiglia normale a quello che ha costruito un nucleo familiare fuori dai canoni, da quello che si sente parte di un particolare movimento ecclesiale a quello che invece rifiuta ogni appartenenza … La parrocchia trova la propria essenza  e la propria natura proprio per questo: essere la casa di tutti, ma proprio di tutti. Essere “incontro” e non un ambiente ossessionante di “incontri”. Non c’è altra opportunità  così ecumenica e connaturata con il Vangelo.
Credo che la parrocchia sia la fontana del villaggio, che offre gratuitamente un’acqua  nutriente, salutare e facilmente attingibile. Quell’acqua è il bene e chi desidera abbeverarsi sono gli uomini di buona volontà, coloro che sentono dentro la passione non solo per il proprio bene, ma anche per il bene universale e sanno che solo così anche il proprio bene sarà protetto. Per arrivare a quel pozzo, non sono necessari gli attestati di benemerenza o i certificati con i timbri giusti. Quella fontana è dove ci dà appuntamento il Signore Gesù e sarà lui a offrici tutte le autocertificazioni necessarie. La parrocchia non ha bisogno di tanta burocrazia, perché il cuore ha già il suo timbro che è stato sigillato dal dono sulla croce.
Credo che la fiducia sia il connotato che più di tutti offre ad ogni parrocchia la prospettiva della speranza. La sfiducia e la nostalgia sono stati da sempre i freni degli uomini, che hanno impedito alle persone di crescere e di diventare libere e serene. In passato la sfiducia ha fatto da padrona assoluta e non ha permesso a tante generazioni di essere pronte ad affrontare le prove che la vita proponeva loro. La fiducia conduce alla responsabilità autentica, alla generosità, alla gratuità, alla gioia, al vero volontariato. La fiducia è un cammino, un sentiero che coinvolge tutti gli ambiti dell’esistenza: dalla cultura alla aggregazione, dallo sport alla formazione, dal catechismo alle devozioni fino al punto più alto, fino all’Eucarestia. Ma in questa strada tutto è vissuto come importante, dal sostegno alla famiglia in difficoltà fino allo spezzare il pane.
Credo che ogni comunità, come ogni autentica famiglia, abbia bisogno di una guida, di qualcuno che non sia il capo, ma colui che si carica il peso dell’essere sintesi. Non è necessario che sia un presbitero,che sia un maschio, che sia un consacrato … l’importante è che ci sia: scelto dai fedeli e dal vescovo in perfetta comunione. Questa guida deve essere lì, vicino alla fontana, facilmente rintracciabile. Quello che deve distinguere una vera guida è la passione, quella per il bene e per la propria comunità. Deve essere scelta quando ha raggiunto una giusta maturazione e una libertà interiore. Non è necessario che lo faccia per sempre, l’importante è che in quel periodo si senta nel pieno della propria responsabilità.
Anche la chiesa di quel villaggio globale, bella o brutta che sia, moderna o antica, ricca di arredi sacri o sguarnita … non importa: deve essere sempre aperta, dalla mattina alla sera. C’è sempre qualcuno che sente il bisogno di condividere una preghiera, di versare una lacrima con la Madonna; qualcuno che cerchi un rifugio dai propri drammi e dalle angustie quotidiane. Una chiesa che si apre solo per le celebrazioni liturgiche è segno di morte, di abbandono e paura. Che vengano pure i ladri a rubare (magari un po’ di attenzione non farebbe poi male!), meglio non aver niente da proteggere e avere la chiesa aperta per chi vuole incontrare il capolavoro del cuore.
Credo infine che la parrocchia sappia dialogare con le altre agenzie educative presenti nel territorio e con tutte le istituzioni. Sì perché è consapevole che il Regno di Dio è più grande dei suoi confini e anche l’opera di un sindaco, di un maestro e di un allenatore sportivo è fondamentale nella crescita del bene. Non avrà mai quindi l’arroganza del sentirsi più brava, più importante, ma un semplice elemento del tutto, con dentro una passione in più, quella per Gesu.

Don Gigi e Don Sisto