La trebbiatura del riso


A Grumolo delle Abbadesse, negli anni cinquanta, verso la metà di Ottobre anche per il riso arrivava l’ora della mietitura.
A quei tempi, naturalmente, non c’erano i mezzi meccanici di oggi con i quali, in breve tempo, si raccoglie il riso senza toccarlo con le mani e quindi con molta meno fatica. Lo si raccoglieva il più tardi possibile per far si che si asciugasse maggiormente dall’umidità con i mezzi naturali quali aria e sole.

La raccolta avveniva a mano: c’erano uomini, donne e giovani che con dei falcetti (sesoeto) lo tagliavano e formavano i covoni che venivano legati con dei rami teneri (strope) che generalmente venivano tagliati durante il primo anno di sviluppo, perchè particolarmente adatti a questo lavoro.

Sempre a mano o con attrezzi particolari (siliere) i covoni venivano portati fuori dalla risaia affinchè si asciugassero il più possibile prima di essere treb­biati; venivano messi in piedi a gruppi di 4-5 e dopo qualche giorno si portavano in azienda, con carri trainati da animali, ove rimanevano fino al mo­mento della trebbiatura.

Il ” terzista”, quando era disponibile, si recava in azienda con trebbia e trattore: la trebbia era la stessa che si usava per trebbiare il frumento e l’orzo perciò si dovevano fare alcune modifiche una delle quali era mettere i crivelli appositi per il riso. La trebbia veniva messa vicino ai carri precedente­mente portati sul posto più spazioso dell’azienda; veniva messa a livello per lavorare meglio il prodotto e, tramite una grossa cinghia applicata al trattore, veniva fatta girare con regime del battitore di circa 600-1000 giri al minuto per evitare la rottura dei chicchi. Sul carro, carico di covoni, c’era un uomo che con una forca prendeva un covone alla volta e lo posava sulla piattaforma della trebbia (granaro) dove una o due donne lo prendevano, con un coltello tagliavano i legacci e lo passavano nelle mani dell’uomo addetto all’inserimento nel battitore della trebbia.

I chicchi di riso, passando dal battitore, vari scuotipaglia, ventilazione e crivellazione, uscivano puliti dalle bocchette posteriori della trebbia e veni­vano messi in appositi sacchi mentre la paglia, che usciva da un ‘altra parte, con l’uso delle forche veniva messa sui carri, portata sui campi e allargata prima di essere messa nei pagliai o altri magazzini.

Il riso doveva essere essiccato perchè era molto umido e quindi veniva portato in appositi piazzali (sèlese), presenti nelle varie aziende, con pavimenti general­mente di mattoni (a volte veniva portato anche sul piazzale della chiesa), affinchè sole e aria facessero la loro parte finale di essicazione. Dopo questa naturale essiccazione il riso veniva portato nei granai (naturalmente sempre a spalla e da uomini giovani in quanto i sacchi pieni di riso erano molto pesanti) pronto per l’ultima lavorazione di pilatura prima di essere cotto e mangiato.

Angelo Barban