Storie di mondine e di vecchie pile


Risuonavano sugli specchi d’acqua, tra il ronzio delle zanzare e il gracidio delle rane, nelle campagne che si distendevano a perdita d’occhio; si dispiegava energico e cadenzato, a volte allegro, altre tristissimo, parlava di sentimenti, di rimpianti, di nostalgia, voce di un’umanità tutta femminile che rivendicava la propria dignità : era il canto delle mondine, intonato da chi fra loro aveva la voce più potente, intrecciato a tutte le altre voci che seguivano, per portare ristoro alla fatica.

Perché era vera fatica, la loro, che cominciavano la giornata di lavoro alle prime luci dell’alba, nell’acqua di risaie spesso lontane da casa: alcune dovevano partire in treno nottetempo, ammassate in carrozze apposite, per arrivare nei centri di smistamento e raggiungere le coltivazioni alle cinque del mattino. Qui restavano per l’intero periodo della monda del riso, che durava circa quaranta giorni. Dormivano insieme, nei grandi stanzoni delle cascine, o spesso nei granai che odoravano del riso messo ad essiccare. Tutte le mattine entravano nell’acqua a piedi nudi, vestite di calzoncini o di sottane a cui legavano i lembi per evitare di bagnarsi; si infilavano dei manicotti per proteggersi dalle erbe taglienti, un cappello di paglia a tese larghe per non soccombere all’aggressività del sole a picco ed un fazzoletto sul viso per non essere mangiate dagli insetti.

Loro compito era quello di ripulire le piantine di riso dalle erbe infestanti: procedevano in fila, chine, la schiena sotto il sole, le gambe nude immerse nell’acqua. Sull’argine del campo, alle loro spalle, silenziosa, la presenza degli uomini del ‘padrone’ che osservavano, incitavano, chiamavano per la colazione, il pranzo e la fine della giornata, quando il sole calava. Per scandire i ritmi dei movimenti e le ore, le mondine traducevano in canto il loro mondo fatto di fatica e di padroni dalle ‘bele braghe bianche’, cui pur dovevano la loro sopravvivenza:

Erano gli anni Cinquanta: comparvero le prime macchine per le diverse pratiche di coltivazione e le sostanze chimiche diserbanti furono sperimentate per la prima volta. Le mani delle mondine, furono sostituite dai diserbanti chimici. Le innovazioni, in meno di un decennio, diedero una svolta decisiva ai sistemi di tutte le risaie italiane.
Fu la fine di un mondo, ma anche la fine di una schiavitù imposta c chi, per sopravvivere, doveva sbarcare il lunario portando a casa giorno dopo giorno qualche soldo e, come spesso accadeva, un sacco di riso.

Ma la visione romantica della coltivazione del riso d’un tempo non è fatta solo di mondine e di canti popolari. Cerano anche le vecchie pile. Già dal XVII secolo, e prima dell’avvento delle macchine, il riso era lavorato nelle pile, costruite all’interno delle aziende in prossimità dei corsi d’acqua. Appena raccolto veniva immesso allo stato grezzo in vasche di marmo, perfettamente levigate al loro interno.
Era lavorato con grandi pestelli, mossi dai bracci di un grosso albero di legno che girava sul suo asse, azionato dalle ruote che sfruttavano le acque dei canali. I pestelli venivano lasciati cadere sul risone per separare i chicchi dalla loro epidermide, un’operazione che poteva durare anche molte ore, durante le quali I chicchi stessi, sfregandosi l’uno con l’altro, si pulivano a vicenda fino a raggiungere il colore bianco tipico del riso pronto per il consumo.

La maggior parte delle aziende agricole possedeva una pila che spesso lavorava anche per conto terzi. I lavoratori delle pile erano chiamati pilòti. La loro attività si svolgeva anche di notte, quando dovevano estrarre il riso pulito dai mortai e disporlo sui setacci. I padri lasciavano in eredità ai figli le loro conoscenze e la tradizione si trasmetteva di generazione in generazione, diventando simbolo e identità di una terra e degli uomini che vi lavoravano. Il riso, dopo la lavorazione, veniva caricato sui carretti e portato nelle botteghe e nei mercati. Allora aveva un aspetto diverso da quello a cui siamo abituati oggi…

I   trattamenti che subiva erano certamente effettuati con sistemi rudimentali, ma permettevano al cereale, che si presentava con un colore grigiastro simile a quello delle varietà integrali, dì conservare le sue proprietà nutritive. Ben presto la tecnologia portò le sue novità in tutte le campagne: l’industria risicola, meccanizzata, veloce e moderna, si sostituì poco a poco alle rozze pale e alle grandi pile settecentesche. Cambiarono così le condizioni e le prospettive di chi lavorava nelle risaie.
All’inizio del ‘900 braccianti e mondine, uniti nelle prime organizzazioni sindacali, dopo anni di lotte e rivendicazioni avevano strappato ai padroni i primi contratti collettivi, che concordarono le otto ore giornaliere. In seguito comparvero i primi mezzi meccanici che automatizzarono i vari processi della coltivazione e non ci fu più bisogno di tanta manodopera: le gesta delle mondine furono archiviate nel repertorio dei film di culto e diventarono memoria culturale tramandata nelle canzoni popolari e nei libri.

Oggi anche i vecchi pilòti ripensano con nostalgia ai sistemi di lavorazione di ieri, e non possono fare a meno di prendere le distanze dai nuovi macchinari per la pulitura del riso. I quali, dicono, sono aggressivi con il cereale: i bracci meccanici lavorano veloci, costringendo il riso ad un’abrasione innaturale, i chicchi si surriscaldano e perdono la loro ricchezza.
II  tutto per sedurre I clienti abituati agli splendidi artifici della pubblicità: il riso più ricco è quello che conserva ancora parte del suo rivestimento e si presenta con un colore opaco, forse poco accattivante, ma senza dubbio più naturale, come quello lavorato nelle antiche pile.